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Domani ci ricorderemo di loro?

Ci siamo accorti di loro quando gli ospedali italiani, le sezioni locali della Caritas, della Croce Rossa o i centri di distribuzione alimentare hanno cominciato a ricevere raccolte fondi e beni di prima necessità dalle comunità straniere.

La Comunità afghana ha donato 5 mila euro al fondo Aiutiamo Novara con la motivazione: “Ci avete dato tanto, vogliamo essere vicini alla città”. Le Associazioni dei Senegalesi di Reggio Emilia e provincia hanno raccolto oltre 3.600 euro, l’associazione dei Nigeriani e del Mali altri 1.500 euro. Due ventilatori polmonari e 3.000 mascherine sono stati donati dalla Comunità cinese a Siracusa per un totale di 10mila euro: è stato un modo, ha detto la delegazione, per "manifestare l’attaccamento della comunità alla città dove abbiamo deciso di vivere, di lavorare e di crescere i nostri figli". La Comunità Sudanese ha donato mille euro al fondo destinato all’emergenza Coronavirus a Parma. “Quando ci ammaliamo, non andiamo in Tunisia o in Marocco; ci curiamo qui, nel nostro ospedale, nella nostra città. Volevamo dare un contribuito concreto per combattere l’epidemia” ha detto la Comunità islamica di Crema donando 5.500 euro.

Aiuti internazionali a parte, che pure non sono scontati ma che in qualche modo passano da una trama politica e da schemi diplomatici, sono state tantissime in tutto il Paese le dimostrazioni di generosità arrivate da Sith, centri islamici, comunità rumene, albanesi, cinesi….da Nord a Sud.

Molte associazioni straniere presenti sul territorio si sono prodigate in servizi di volontariato e in donazioni accompagnate da messaggi semplici del tipo: “L'Italia è il nostro Paese. Questa è la nostra casa. È giusto che aiutiamo".

Sottotraccia è evidente un altro messaggio: queste sono prove, dimostrazioni pratiche, di cittadinanza.

Ma non è merito della pandemia, non è la prima volta.

Nel 2016 i Pakistani in Italia si strinsero intorno alle vittime del terremoto di Amatrice. Una raccolta fondi da devolvere alla popolazione ma anche una festa in segno di amicizia e solidarietà: riso basmati e pollo al curry per tracciare la strada di un’integrazione possibile, a dimostrazione che le donne e gli uomini di buona volontà possono costruire ponti e ricordare che le sofferenze sono comuni, non fanno distinzioni di religione, pelle o passaporti.

E’ evidente che abbiamo molti stereotipi. Noi li consideriamo stranieri e li teniamo ai margini. Ma loro non se ne sono preoccupati e ci stanno aiutando dimostrando che la convivenza tra le diverse culture e religioni ha maturato anche un legame di responsabilità sociale, un senso di comunità anche verso chi ancora non la riconosce tale quando non ha i confini "classici".

Sicuramente l’evento tragico aiuta, fa capire quali sono le cose importanti. 

Ma quello che è successo, queste donazioni senza frontiere, dovrebbero farci capire che siamo più integrati di quanto non pensiamo. Avremo la memoria corta o ce ne ricorderemo anche quando finalmente sarà tutto finito? 

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Pubblicato il: 20/04/2020  Ultima modifica: 16/04/2020