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Confini porosi e culture permeabili

E’ necessario, dice il sociologo Adel Jabbar, ripristinare una “memoria plurale” per riuscire a leggere la complessità dei contesti multiculturali, perché fatti da sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi, che spesso vengono ridotti ad entità monolitiche e omogenee.

Le trasformazioni sociali in atto – ci invita a fare Jabbar - richiedono un metodo di intervento innovativo che definiamo con il termine ‘intercultura’. Non intendiamo un principio etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri contesti multiculturali”.

La memoria, spiega, non può vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione – il confine rigido – “ma oggi più che mai bisogna allenarsi a riconoscere la pluralità” – la coesistenza di diversi sistemi valoriali – “la dinamicità degli elementi che contribuiscono alla formazione delle identità”.

La pandemia in corso ci sta mostrando, contagi alla mano, la porosità dei confini.

La cultura in realtà, li ha sempre attraversati.

Viceversa, una concezione statica della cultura porta con sé il pregiudizio etnocentrico, cioè l’idea che i modelli culturali del gruppo di appartenenza siano eterni perché “naturali”, quindi “veri” e da salvaguardare.

Il concetto di tradizione, nato come categoria concettuale utile agli studiosi per classificare e distinguere le popolazioni, è così diventato strumento per rivendicazioni identitarie locali. La rinascita dei nazionalismi e dei populismi, delle autonomie locali e dei separatismi che connotano le cronache di questi tempi ne sono esempio.

Ma allora, se la stratificazione culturale è cosa naturale e inevitabile, se la cultura è permeabile, osmotica e spugnosa, perchè continuiamo a guardarla con sospetto? Perchè non proviamo a capire come funziona e quali vantaggi può comportare? 

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Pubblicato il: 23/03/2020