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Il momento in cui diventiamo colpevoli

Usiamo uno stereotipo quando valutiamo gli altri sulla base di un’opinione rigidamente precostituita e generalizzata, quando eleviamo un giudizio a norma generale, quando “valutiamo” il gruppo anziché limitarci semplicemente a descriverlo, quando confondiamo lo stereotipo con la descrizione di un singolo individuo e quando non riusciamo a modificare lo stereotipo rispetto alle nostre reali osservazioni ed esperienze.

Semplificando, facciamo un errore se facciamo di tutta l’erba un fascio. 

A 80 anni esatti dalla proclamazione delle “Leggi per la difesa della razza” volute dal Consiglio dei ministri dell’Italia fascista e in un clima di crescenti intolleranze, suona decisamente come un monito da non lasciare cadere nel vuoto, l’invito a mettere da parte i pregiudizi, o almeno ad averne piena coscienza. Perché avere pregiudizi e stereotipi, significa ammettere, accettare acriticamente, una generalizzazione rigida e irrazionale su una categoria di persone e applicarla altrettanto acriticamente.

Ad un certo punto però, questo meccanismo irrazionale, incosciente, assimilato attraverso la cultura e l’appartenenza ad un contesto comunitario, cessa di essere indotto: il pregiudizio è inaccettabile nella misura in cui le persone mantengono atteggiamenti negativi pur supportati da poca o nessuna evidenza diretta.

Ovvero c’è un momento in cui diventiamo “colpevoli”.

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Pubblicato il: 18/09/2018  Ultima modifica: 19/09/2018