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'Con le braccia e le menti aperte' alle altre culture ma c'è chi fa differenza tra i Paesi da cui arrivi

Victor Enrique studia Ingegneria informatica in Argentina. Ha vinto la borsa di studio "Come In Uniba", messa a disposizione dall'Università di Bari con i fondi della Regione Puglia, come una grande occasione per venire in Italia a conoscere quella terra lontana lasciata dal nonno, emigrato in Sud America. Ma ha trovato molto di più. A cominciare dall'importanza di capire, attraverso la distanza dal proprio Paese e dalla propria famiglia, cosa dia senso alla vita e l'importanza delle piccole cose che condividiamo con i nostri cari. Ma ha avuto anche modo di capire cosa comporti lasciare la nostra "comfort zone" e cosa possa significare per chi lascia tutto dietro di sé per diventare uno straniero, come suo nonno in Argentina. Perchè è quello che di fatto si diventa anche se si ha la fortuna, come nel caso di Victor Enrique, di trovare un'ottima accoglienza, di fare per un breve periodo un'esperienza di studio all'estero.

Le difficoltà non mancano: bisogna mettersi alla prova "sennò nemmeno si mangia". Ma questo "ti costringe ad andare avanti, a imparare, ad aprire la mente, a pensare in modo diverso, a dare spazio a chi pensa diversamente per capire il suo punto di vista e a imparare da lui, a perdere la paura di sbagliare, a dare valore a ciò che diamo per scontato".

Serve una piccola grande rivoluzione in testa. Quando avviene, si ha voglia di "ricevere gli altri nella nostra città, nello stesso modo in cui ci hanno accolto: con le braccia e le menti aperte, desiderosi di condividere la loro cultura e imparare dalla nostra".

 

Prima di partire, come ti immaginavi l’Italia e gli Italiani? Come li descriveresti oggi?

Essendo un Paese europeo, la immaginavo molto strutturata e rigorosa. Non pensavo che i suoi cittadini ci dovessero trattare diversamente solo perché provenivamo dal Sud America.
Oggi sono piacevolmente sorpreso dal modo in cui ci hanno integrato e da quanto rapidamente abbiamo iniziato a sentire che stavamo vivendo da italiani.

Ti senti accolto? La gente che incontri come ti considera?

Fin dal primo giorno mi sono sentito molto più benvenuto di quanto mi aspettassi. Tutte le persone che abbiamo incontrato durante l'esperienza si sono preoccupate di risolvere i nostri problemi, mostrando grande interesse per il nostro benessere e cercando di rendere il nostro soggiorno il più piacevole possibile. Questo include non solo i nostri colleghi universitari, ma anche i responsabili del progetto, la gente della residenza universitaria, altri studenti Erasmus e gli italiani con cui abbiamo avuto la fortuna di interagire in diverse occasioni.
È difficile descrivere come penso che gli altri mi considerino, ma visti i discorsi che abbiamo avuto con i nostri amici italiani, potrei dire che mi vedono come una persona allegra, che cerca di evidenziare il lato positivo di ogni situazione e cerca di trasmetterlo a chi sta intorno.

Puoi descrivere il tuo rapporto con gli studenti che stai conoscendo a Bari?

Mi aspettavo una relazione puramente accademica e ho trovato moltissimo altro. Penso che questa frase lo riassuma: i nostri compagni di classe ora sono i nostri amici. Ci piacerebbe riceverli nella nostra città nello stesso modo in cui loro ci hanno accolto: con le braccia e le menti aperte, desiderosi di condividere la loro cultura e imparare dalla nostra, rendendoci parte integrante delle loro attività quotidiane, delle tradizioni e delle celebrazioni, desiderosi di conoscere ogni dettaglio in modo da farci sentire a nostro agio e godere il 100% dell'esperienza.

Quale contributo dà questa esperienza interculturale alla tua carriera universitaria?

Non solo mi ha fatto conoscere il campo dell'intelligenza artificiale, con la possibilità di partecipare ad attività di ricerca in collaborazione con il team universitario, ma mi ha anche aiutato a vedere che gli sforzi che vengono fatti nel settore dell'informatica nel mio Paese vanno di pari passo con ciò che viene fatto qui. È una tranquillità sapere che i progressi compiuti in luoghi così lontani siano allineati.

Cosa ti ha spinto a partire? Pensi di essere cambiato con questa esperienza?

Molte cose. Ho sempre sognato di conoscere la terra di mio nonno. Sperimentare tutto ciò che mio padre mi ha raccontato, le tradizioni, il modo di essere della gente, la bellezza della sua geografia, tra molte altre cose.
Inoltre, vivere in un paese in cui non parli nemmeno la lingua mi è sembrata una sfida molto interessante. Ti costringe ad andare avanti, a imparare, perché altrimenti non puoi nemmeno comprare il cibo.
Credo anche che il modo di affrontare un problema o un compito dipenda sia dal nostro contesto sia dalla lingua che parliamo. Essere in grado di lasciare la mia zona di comfort e mettermi al posto degli altri per capire il loro modo di risolvere i compiti, anche nell'ambito del mio corso di studi, mi è sembrato un buon modo per crescere.

Un’esperienza interculturale nel tuo curriculum può avere un valore competitivo?

Sì. Non solo a livello accademico, dove vorrei portare alla mia università ciò che ho potuto imparare in questo periodo, ma anche sul posto di lavoro, perché si aggiunge al curriculum.

Ci sono più differenze o punti di contatto tra la tua cultura e quella italiana? 

Le uniche differenze che ho trovato erano nel cibo, nella lingua (ovviamente) e nel volume della voce (in Italia parlano un po' più forte di noi, il che non è poca cosa!! ... haha)
Lasciando da parte queste differenze, mi sento a casa. E questo è fantastico. Aiuta molto a sopportare la distanza.

Torneresti in Italia? Ti piacerebbe continuare a studiare o lavorare qui?

Sicuramente sì.Ho programmato di fare un post laurea qui.Ove possibile, mi piacerebbe condividerlo con i miei nuovi amici italiani.
Trovo anche interessante l'idea di lavorare qui, ma è un piano a lungo termine.Ciò che potrei valutare in questo momento è un lavoro in remoto, sia a livello aziendale che di ricerca;proprio come abbiamo discusso con il professore di Intelligenza Artificiale.

È difficile essere straniero in Italia?

In generale, no. Gli italiani si sono dimostrati molto cordiali e persone aperte con gli stranieri.
Tuttavia, parlando con altri studenti, ho scoperto che dipende da dove vieni. Nel nostro caso, è quasi come essere a casa. E non è qualcosa che attira la nostra attenzione, perché la maggior parte di noi sono discendenti di italiani. D'altro canto, coloro che provengono da altri Paesi europei "più organizzati", in generale, si sentono un po' a disagio a causa della disorganizzazione di alcune aree (mentre altri lo amano, perché si sentono molto più liberi e godono dell'ambiente non strutturato).
Un caso che voglio sottolineare è quello degli studenti africani. Ci hanno detto che hanno avuto diversi problemi durante il viaggio e durante il loro soggiorno in generale. È qualcosa che deve essere risolto il prima possibile. Meritano lo stesso trattamento che abbiamo ricevuto noi. È inconcepibile che queste cose continuino ad accadere nel 2018.

Come giudichi questo incontro culturale? 

Eccezionale. Speravo solo di conoscere la cultura italiana e ho avuto anche la possibilità di condividere momenti piacevoli con persone di altri Paesi, sia europei che africani, e di verificare che è davvero come si dice qui: "Tutto il mondo è paese".

Che opportunità ti sta dando Come in Uniba? 

Imparare sotto tutti gli aspetti. Non solo da un punto di vista accademico, ma anche culturale. Imparare ad aprire la mente, a pensare in modo diverso, a dare spazio a chi pensa diversamente per capire il suo punto di vista e imparare da lui, a perdere la paura di sbagliare (ho perso il conto del numero di volte in cui praticamente ho inventato una nuova lingua, un mix tra Italiano, inglese e spagnolo nel tentativo di farmi capire!), a dare valore a ciò che diamo per scontato come il mate con mamma, parlare a colazione con papà, i momenti trascorsi in famiglia e molte altre cose che sembrano le più comuni ma di cui si sente molto la mancanza quando si è lontani.

 

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Pubblicato il: 14/09/2018